Lo sguardo dell’altro: Macomer è bella vista dagli occhi dell’artista Evelin Costa

“Macomer è una graziosa cittadina”. Così dopo una settimana di permanenza in città, ha scritto la giovane artista Evelin Costa al suo rientro in Sicilia dopo l’intensa esperienza vissuta al Festival della legalità Conta e Cammina organizzato dal Centro servizi culturali e dalla Cooperativa Progetto H di Macomer. Un giudizio inusuale e che, di per sé, fa notizia. In alcuni anni città ricca e dinamica, in altri emblema del settore industriale, per un lungo periodo città di servizi e di opportunità, ma bella e graziosa, di Macomer, non lo pensiamo neanche noi che ci abitiamo. È curioso sentirselo dire da chi arriva da lontano e ci guarda con occhi diversi. Ancor di più se quegli occhi hanno la sensibilità di chi frequenta l’arte e la bellezza. Nata a Palermo nel 1976, Evelin Costa vive a Terrasini dal 2010. Ha studiato Filosofia e da sempre è impegnata nel sociale ed in ambiti culturali. Le sue principali attività? Scrivere e dipingere. Blogger dal 2008, si occupa di cultura, tradizioni e storia della gastronomia siciliana. Collabora con alcuni siti e giornali online. Dipinge da autodidatta, soprattutto ritratti. Nel 2013 la sua prima mostra di pittura Donne del Mondo, promossa dall’Associazione AsaDin, affrontava la ricerca del sé e dell’altro a partire dal tema delle donne e dell’immigrazione. Quanto basta per chiederle:

Cosa hai trovato di bello a Macomer?

Dopo aver attraversato parte della Sardegna in auto, partendo dall’aeroporto di Cagliari, affascinata dalle grandi estensioni di verde selvatico, la primissima impressione che ho avuto di Macomer non è stata del tutto positiva. Intanto, il primissimo impatto, prima ancora di entrare nella cittadina, è stato con l’inceneritore, con tutte le preoccupazioni che può determinare per l’ambiente e per il futuro di Macomer. Abbiamo attraversato strade che sembravano di periferia. Spesso il prospetto dei palazzi non era completato o più che altro era trascurato, con l’ossatura arrugginita che fuoriusciva dal cemento, crepe che segnavano i muri come fossero feriti e qualche calcinaccio cadente. Ho sentito un sottile senso di “abbandono”. In Sicilia sono abituata a vedere palazzi e costruzioni non definiti all’esterno, esistono zone degradate soprattutto in città, ma solitamente la presenza di caseggiati non rifiniti esteticamente è determinata dalla difficoltà economica nel completare una casa o da una propensione nel vedere la propria abitazione come qualcosa di individuale, senza pensare all’impatto sociale e collettivo: la casa va curata principalmente all’interno e dell’esterno non importa poi tanto. A Macomer invece questa “non cura” mi ha dato più l’impressione di essere dovuta allo spopolamento, allo svuotamento, all’abbandono. Per mia natura credo che ci sia sempre qualcosa di bello in ogni persona, cosa o luogo, ed io a Macomer ho cercato la bellezza e l’ho trovata soprattutto di notte, quando alla fine del Festival, potevo concedermi del tempo per girare tra le stradine vuote del centro più antico. Mi riferisco alla zona intorno alla Chiesa di Santa Croce. Una piccola e bella chiesetta, di fronte Casa Attene e una piazzetta da cui si può gustare il panorama di verde infinito o durante la notte, di buio costellato da qualche luce. Affascinanti le stradine strette dal pavimento lastricato, le piccole case di pietra basaltica, i muri dal colore scuro e variegato. Ho visto due murales con scene campestri, prospettive interessanti. Ho amato rilassarmi nella piazzetta di Casa Murenu, tra i murales e leggendo ad alta voce le poesie malinconiche dell’Omero del Marghine. Innamorandomi di questi vicoli, ho cominciato ad apprezzare il tutto nella sua complessità, Corso Umberto mi è apparso più bello, anche se è triste notare le saracinesche chiuse di tante attività commerciali in crisi. C’è poi una cosa che mi ha colpita positivamente, la mancanza di immondizia e sporcizia per le strade, un aspetto molto importante per chi invece, come noi in Sicilia, vive questo problema quotidianamente.

Perchè hai definito un sogno il Centro servizi culturali che ha ospitato il Festival Conta e Cammina?

Il centro servizi culturali è comparso davanti ai miei occhi dopo aver attraversato una zona abbastanza desolata della città, grandi viali e poco più. Poi il cancello, un grandissimo atrio e incontro queste palazzine dall’aspetto esteriore gradevole, ma abbastanza asettico. Quando invece entri trovi accoglienza, colori, gusto, libri, spazi per bambini, un palco e la sua platea, computer nuovissimi, una sala insonorizzata per suonare, tanti strumenti musicali, una stampante 3d. Tutto curato, organizzato, bello. Come un’ oasi nel deserto. Per me è un sogno trovare un luogo così, trovarlo dopo un po’ di desolazione, trovarlo in quella che prima era una caserma militare. Mi sembra uno splendido modo di trasformare le cose. In Sicilia non ho mai visto un Centro come questo, non posso essere sicura che non ce ne siano, ma di certo io non ne ho visti di così belli. Amo i libri, mi incuriosiscono le nuove tecnologie, la cura dei particolari e per questo mi è sembrato di entrare dentro un sogno, un luogo per tutte le età, dove passerei volentieri parte del mio tempo. Utile per la collettività, gestito da giovani molto accoglienti dove subito mi sono sentita a mio agio. C’è un altro aspetto che mi ha portata ad usare la parola sogno, quello più personale, perché per me l’emozione di partecipare al Festival con i miei quadri è stata una esperienza densa di grandi emozioni, un sogno ad occhi aperti, appunto.

Vieni dalla Sicilia e quindi da un’isola. Che tratti simili hai trovato fra il nostro mondo e il tuo?

Arrivata in Sardegna ho subito sentito il suo essere isola, perché l’isolanità è una sensazione che mi appartiene. Quella strana attrazione che ti spinge da un lato a non voler mai lasciare la tua terra e dall’altro lato la voglia di scappare oltre il mare, di uscire da quei confini perfettamente segnati, per poi però tornare ancora, perché le appartieni fortemente, perché l’isola è un rifugio, è casa per chi vi è nato. Ho trovato grandi similitudini ed una forte attrazione per la Sardegna. Coste meravigliose, con spiagge ampie come ne esistono anche in Sicilia, gli ulivi, una vegetazione che somiglia alla nostra. Anche le strade sono simili. In Sicilia, a differenza della Sardegna, esistono le autostrade, ma la qualità è solo di poco superiore anche perché negli ultimi anni queste strade si stanno sgretolando a causa dell’usura e di chi ha usato criminosamente i soldi pubblici. Ho trovato anche delle differenze. In Sardegna, o almeno nella parte che io ho visto, ci sono grandi spazi che da noi non esistono più, è molto evidente la minore densità di popolazione, tutto intorno sembra incontaminato, selvaggio, ampio. Muri a secco, cumuli di pietre, tanta natura, qualche nuraghe nel verde scintillante. Poche abitazioni se non nei centri abitati. La Sicilia purtroppo attualmente è sporca e ferita, è come una perla meravigliosa che non è stata trattata come meritava, ed ancora si continua a trascurarla. Costruzioni ovunque, l’abusivismo ha in parte trasformato l’ambiente circostante, anche la costa non è più quella di un tempo. Cumuli di immondizia nelle periferie e anche nelle città. Per fortuna sono talmente tante le sue bellezze, dal mare, ai monumenti, alla campagna, che ancora, con scelte più intelligenti e lungimiranti, saremmo in tempo per poter vivere solo di turismo. Il mio mondo è fatto quindi di maggiore caos, vocio di persone, vitalità, in Sardegna ho sentito molti più silenzi e riflessività. Le persone siciliane e sarde però mi sono sembrate simili nella capacità di accogliere, stessa cura dell’altro, grande socialità e affetto che spesso si trasmette anche attraverso il cibo, nella sua abbondanza nell’offrirlo e nella cura nel crearlo. Sapori intensi e concreti, un po’ diversi dai nostri, più sfaccettati e complessi. Complessivamente il popolo sardo mi è apparso saldo, coerente e solido, noi siciliani siamo più morbidi e contrastati, non so se è un bene o un male, ma ovviamente non si può generalizzare.

Se dovessi scegliere una cosa e solo una che ti ha coinvolto particolarmente nella tua permanenza in Sardegna e a Macomer, quale sceglieresti?

Scegliere un solo elemento in un’esperienza così ricca non è semplice. Dovendolo fare, privilegerei l’aspetto umano. L’accoglienza sincera, l’attenzione per l’altro che ho trovato in tutte le persone incontrate, da chi lavorava al Centro o alla Coop Progetto H, da chi si impegnava al Festival come volontario o volontaria, da chi ha partecipato come spettatore o protagonista, dalle centinaia di giovani ragazzi e ragazze che ho incontrato, alle persone conosciute anche per pochi minuti. Un’accoglienza magica. Sono una persona riservata e timida, ma tra i sardi mi sono sentita bene, serena, felice. Sono sicura che tornerò in Sardegna, e sicuramente anche a Macomer, perché ritorno sempre nei luoghi che hanno sfiorato parte della mia anima.